giovedì 1 dicembre 2016

Intervista a Lenny Bottai


Quando pochi giorni fa ho scritto a Lenny Bottai per poterlo intervistare, non mi aspettavo certo una sua così veloce ed entusiastica risposta. Il campione livornese infatti ha accettato di confrontarsi, raccontandosi con naturalezza e spontaneità, ma anche con determinazione, qualità queste che portava pure all'interno del ring durante i suoi combattimenti.

- "Ciao Lenny, e grazie per la tua disponibilità, entriamo subito nel vivo: chi è il campione italiano dei pesi Superwelter?"

- "Al momento in carica dovrei essere ancora io visto che non è mai stato fatto il vacante, i titoli professionisti in Italia mi sembrano parecchio in stallo, del resto c'è confusione ai vertici e secondo me siamo nel pieno di una crisi economica e culturale che al momento non sembra garantire un futuro a questo sport. I contributi del Coni che hanno sempre fatto vivere il pugilato, benché ci sono e come (quasi tre milioni e mezzo se non erro questo quadriennio), negli ultimi anni non venivano troppo considerati e utilizzati per l'attività a torso nudo, la decisione Aiba poi aveva reso dictat concreto questa inclinazione, ma il dietrofront ed accettare i pro a Rio ha poi creato il caos di ritorno, perché in Italia è ammessa una sola federazione, e tutto passa da qui. Tuttavia va detto anche che il botteghismo del settore, in questi tre anni di semi autonomia ha dimostrato che il mondo pro non ha reagito facendo quadrato come necessario ma si è scannato per le briciole. Ci ha rimesso ovviamente l'attività e la base che ora aspetta e spera, ma la speranza come diceva Monicelli..."

- "Ma il titolo italiano ti è stato tolto?"

- "A dire il vero l'ho abbandonato io ufficialmente quando ho scoperto di essere indagato sportivamente in ben due procedimenti disciplinari diversi ma paralleli, quindi per scelta indotta, perché con una minaccia di squalifica di 90 giorni (chiesta dal procuratore federale) non potevo certo prendere impegni e programmare, ho quindi abdicato. Per altro ero stato chiamato anche in Russia ed in Germania, ma firmare contratti col rischio di annullarli in caso di condanna era un rischio."

- "Il tuo carattere, lo sappiamo bene, è molto irruento e diretto, cosa che non piace evidentemente ai vertici della FPI ed alla RAI e di questo hai pagato un prezzo salato nella tua carriera: tu potessi magicamente tornare indietro nel tempo, rifaresti tutto? O qualcosa magari proveresti a cambiarla?

- "L'unica cosa che correggerei sono solo gli anni, i migliori per altro, che ho buttato via, cioè quelli da 21 a 27 anni quando a tutto pensavo meno che alla boxe. Ho iniziato presto, a 14 anni ero già sul ring, ho vinto un bronzo agli italiani novizi ma poi ho smesso a venti dopo una squalifica proprio per una reazione scomposta ad un verdetto, e ci ho ripensato quando ero un grasso "ex" ventisettenne di 98,5kg pentito di aver mollato. Per il resto, cioè l'essere schietto e diretto, è genetica invalicabile. E ad essere sincero poi quando mi sono trattenuto, pensando di ragionare di più ed ottenere qualcosa di più magari mediando, mi sono accorto che purtroppo non paga, anzi, viene vista come debolezza. Non è mai apprezzata la critica neanche se assennata. Non ci sono sconti. La voce fuori dal coro non piace, non voglio farne questione politica nel senso banale del temine ma è questione forse molto ideologica e culturale: sono dell'idea che il sistema deve obbligare ad anteporre sempre l'interesse collettivo a quello del privato dei singoli o delle lobbies. Deve redistribuire ricchezza e giustizia, bilanciare. Deve annichilire clientelismo e incompetenza.

Sotto precise richieste di alcuni addetti ai lavori nel 2015 accettai di entrare come consigliere nella Lega Pro boxe nascente, che doveva diventare federazione a se dal 2017, mi candidai e fui votato da tanti come rappresentante di pugili a livello nazionale ed entrai in consiglio. Quell'esperienza è stata l'ennesima delusione, non mi sono limitato a fare il consigliere per andare e votare ogni tanto, della base ero il più presente, credevo in un cambiamento e ci ho speso tempo e cuore sottraendolo ad altro. Ero riuscito a creare e sviluppare assieme alla segreteria il primo torneo nazionale Neo Pro, categoria innovativa che era fuori dal controllo di manager, grandi organizzatori e altri, e che alla prima edizione ha avuto ben 100 iscritti; dallo scontro tra ragazzi nostrani sono emersi buoni soggetti, era un vivaio, tuttavia a dimostrazione che le cose quando sono fatte bene "succede sempre qualcosa", la segreteria è stata dimezzata, il secondo torneo arruffato e cambiato, sviluppato male e con molti meno partecipanti, ed ho scoperto che la Lega  rientrava in FPI e si scioglieva buttando via tutto il lavoro fatto. Inoltre la separazione dei mari come era progettata (pro e neo pro) non è mai avvenuta, perché a suon di deroghe tutti combattevano contro tutti, e molti anziché chiamare i connazionali, anche per i neo pro sceglievano perdenti dell'est se pur erano iscritti al torneo e per regolamento non dovevano.
Fine esperienza. Per me le regole non sono cewingum. 


Sportivamente invece sono arrivato a fare una semifinale mondiale a Las Vegas e paradossalmente non ho mai potuto fare un titolo UE o Europeo, che era il mio obiettivo, molto onestamente più palpabile degli Usa, ma non sono mai riuscito ad arrivarci ed ho scoperto che quando potevo per diritto-classifica mi sono passati avanti pugili che neanche erano tra i primi 20, e tutto per accordi presi a bordo ring durante una riunione illustre che coinvolgeva gli stessi attori (manager, sigla, matchmaker). Perché delle volte, essendo le sigle soggetti privati di forte ispirazione economica, fanno anche questo.

In barba a tutto ciò quindi non posso altro che dirti che mi tengo come sono con tutti i miei difetti. Orgogliosamente. "



- "E' ormai frase scontata, con la boxe non si mangia: o un pugile ha anche un altro lavoro, o è nato ricco, oppure combatte un incontro dietro l'altro con il rischio di gravi e permanenti lesioni. Quali sono, secondo il tuo parere, i limiti che impediscono ad un atleta professionista (magari anche campione italiano) di sopravvivere dignitosamente senza che debba fare altri lavori (il termine professionista vuol dire questo infatti, una persona che vive e fa vivere la sua famiglia in maniera dignitosa grazie alla propria professione) e quindi dedicarsi a tempo pieno alla propria attività agonistica? avresti delle soluzioni da adottare in merito e se si, quali?

- "Prima di dare la colpa ai vertici dobbiamo darcela come base, per la cultura che noi stessi accettiamo e legittimiamo. Nel 2009 quando fatto il primo titolo, come tutti lavoravo ed insegnavo, sottoposto, poi mi allenavo e combattevo; in un periodo iniziale della mia carriera ho avuto la grande fortuna di essere seguito da Giovanni Parisi, il quale mi aveva fatto aprire gli occhi su certi aspetti raccontandomi episodi della sua carriera. Poi Giovanni purtroppo ci ha lasciati, ma io imparai molto da quelle parole, soprattutto di smettere di farmi gestire e gestirmi da solo, capire come si muovono le cose ed emanciparmi, cosa che col mio carattere e le mie idee andava ad hoc. Allora tutto è cambiato. Ho fatto una guerra con la federazione perché fosse legittimo che un pugile professionista potesse avere anche il tesserino come insegnante, perché prima non si poteva (anche se altri lo facevano) ed era bizzarro, con ragazzi alle finali dei campionato italiano Youth mi allontanavano dall'angolo, eppure avevo pagato e passato il corso (con 30/30), ma non era consentito avere doppia tessera, quindi non ci dovevo stare. Poi dopo una lunga lotta ed una mia lettera cambiarono il regolamento, ma non dopo che dovetti rilevare che se un pugile non poteva tesserarsi come insegnante nemmeno altre cariche federali potevano avere due ruoli che erano assai più in conflitto di interessi (che ne so... delegato provinciale e vice presidente regionale, e presidente di società?). 
Ho aperto una palestra, fatto dei corsi, studiato, sono diventato preparatore atletico e collaboratore di un gruppo di docenti, nel frattempo mi allenavo, mi procacciavo gli sponsor, mi pubblicizzavo e mi organizzavo la serata, titoli compresi, minuziosamente curando tutto di persona con mia moglie e la mia società, quella che ho sempre chiamato la "cooperative Mangusta". Dal primo titolo poi dovendo passare da 6 a 12 riprese, dovevo allenarmi duro, ho così deciso di provarci seriamente a fare il Professionista, ovviamente facendo l'equilibrista ed il precario, ma lo ero già da operaio, almeno qui lo ero in ciò che volevo davvero.
Sono riuscito a fare otto titoli di cui sei vinti e una seimifinale mondiale, e mettendomi da parte le borse prese e qualche sponsor come fa la formichina, sommando legittimi rimborsi che ricevo dalla mia società come insegnante, mi sono fatto un reddito costante come un operaio, né più né meno, perché sono un operaio, ma in ciò che amo. Ma sia chiaro senza abbracciare le logiche di mercato, anzi, andando al contrario per avere anche questa lotta sempre accesa dentro: che la professionalità non si deve svendere, e l'indotto amatoriale deve essere patrimonio e sostenibilità della nostra disciplina. Lavorando parallelamente inoltre anche nel sociale come faccio, con le case famiglia locali ed altri progetti di accessibilità allo sport. Perché questa è la funzione anche sociale dello sport.
Ma mica è stato mai apprezzato o preso come modello sai... anzi!

Pensa che una volta ho rifiutato un titolo dell'unione europea perché chi mi aveva chiamato mi faceva da strozzino, e dopo avermi offerto a voce 5000€ (già ridicole) sul contratto ne aveva messi improvvisamente 4000€, dicendomi che "o così o chiamava uno spagnolo già pronto per accettare", ed oltretutto gli avrei anche venduto 200 biglietti a 15€ di pullman riempiti. Ovviamente non accettai per orgoglio, per non essere taglieggiato da un "padrone" che dopo aver già rinviato due  volte l'incontro, si era oltretutto portato un derby toscano in Lombardia per evidenti soldi presi da un comune che pagava tutto, e pensa che scrivevano e dicevano, gli addetti ai lavori, su forum e siti, "che non avevo accettato perché ero disoccupato e avevo bisogno di soldi" (commenti che si trovano ancora su certi forum). Questo evidenzia il grande paradosso che tutti si lamentano del fatto che il pugilato non è una professione, e poi prestano il fianco a chi vuole che sia così, ma solo per gli altri. L'ho sempre detto, appena firmi un contratto ti dicono che devi sapere che il professionismo pugilistico non è un lavoro, ma chi te lo dice spesso e volentieri lo fa di mestiere. Qualcosa non quadra. Se è legittimo deve esserlo per tutti. La professionalità mancante è secondo me la maggiore motivazione della bassa qualità che esprimiamo come paese, sia nei pugili che nei tecnici. 
Perché il problema è soprattutto questo, anche negli insegnanti, botteghismo, paura di confronto e rinnovo, si sgomita per prendere dei posti senza che sia la qualità a dare una risposta di merito. Al corso ad Assisi rimasi allibito da alcune cose che erano sconcertanti come vedere che in nazionale si faceva il mezzo squat al mutlipower, e la panca coi piedi sollevato, un obbrobrio vero e proprio per chi mastica un po' di sport. Non c'è qualità, confronto, rinnovo.
Chi fa l'insegnante togliendo tempo alla famiglia tra mille impegni di lavoro, come può; chi da pensionato con poca volontà di rinnovamento dall'alto della propria esperienza, che è importante ma va calibrata con la scientificità; chi con troppa attenzione a quest'ultima ma senza percezioni dell'importanza della prima e soprattutto che tutto va applicato ai soggetti ed alla realtà non ai libri. Una guerra tra poveri. In questo quadro poi il clientelismo impera. Basta vedere che ultimamente la gente si attorcigliola per le nomine di "maestro" che fioccano tra chi si lamenta perché la voleva. I formatori Fpi sono i primi che debbono farsi analisi di coscienza.

C'è anche da rilevare poi, e questo mi è costato sempre tanta simpatia in più, che non esiste nemmeno una stampa professionale che si occupa di boxe, che indaga e sottolinea storture, e che quindi il circolo clientelare e hobbista abbraccia spesso anche questo ambiente. 

Quando ti alzi la mattina alle 6:00 ti alleni un ora e mezzo, stai in palestra fino a pranzo, mangi, torni li nel primo pomeriggio, ti alleni ed alleni, ci esci alle 21:00, e qualcuno ti chiede "non lavori?" non sai se ridere o piangere. Andate a fare lo stesso paragone ad un atleta di serie C di calcio che si allena un ora al giorno e non fa altro e vi prendono per pazzi.

Soluzioni?
Ne avrei anche, ma non è il mio ruolo.


- "Cosa mi puoi dire di Jonathan Sannino? Sembra un soggetto molto promettente nel panorama pugilistico italiano"

- "Jonny è un ragazzo interessante, devoto alla boxe, ma anche il suo percorso ha delineato il sistema che nel nostro paese è poco meritocratico. Ha vinto il campionato neo pro, con una finale spettacolare. Adesso è nel limbo perché potrebbe passare pro ma serve chi ci investe, gente che ha battuto addirittura fa titoli, perché alle spalle ha persone che sanno i tasti che debbono premere. Questo delimita i limiti del nostro paese. E dulcis in fundo adesso è entrato in cantiere a lavoro."

Sannino e Pirone danno spettacolo Bene la Cammarota


- " Come mai un pugile dilettante se vuole continuare su questa strada (e questo accade anche all'atletica e molti altri sport dilettantistici), deve necessariamente essere un tutore delle forze dell'ordine e non magari, un postino? Fa bene a questo sport e allo sport in generale, questa sorta di militarizzazione?

- "Il paradosso è che quando hanno creato i corpi di Stato sportivi da noi lo hanno fatto (a parole) compulsando i sistemi dell'est che per altro demonizzavano, tuttavia siccome questi io li conosco bene, non si racconta il vero a tutto tondo. Nei paesi dell'est la rete sportiva era strettamente collegata a quella del lavoro e delle scuole, ma in senso lato, tant'è che le squadre erano legate ai ministeri (tutti). Se il CSKA era dei militari infatti, c'era poi il locomotiv, il torpedo, la dynamo, lo spartac etc etc tutti facenti parte di ambienti come i ferrovieri, le produzioni automobilistiche, ed i sindacati operai in genere. Perché il sistema sportivo, fatto non come mezzo di mercato ma come espressione legittima della propria inclinazione, partiva da una rete capillare diffusa come benessere e cultura che allargava la base e la partecipazione, dava a tutti una possibilità concreta, dalla quale poi le elite accedevano ai vertici nazionali ed internazionali ottenendo affrancamento dal lavoro per competere, ma non era un sistema chiuso, elitario, esclusivo, come avviene oggi qui. Era una base dalla piramide larga, accessibile, che esprime un vertice naturale. Non ti dovevi raccomandare a nessuno ne essere assunto "a comando". E tantomeno non si creavano persone che vivono da professionisti ma competono contro i dilettanti. 
Ma sia chiaro la mia è una critica al sistema che non produce e si inceppa, e non agli individui che con legittimità cercano di ottenere quello che possono, anche se poi diventa uno status quo da difendere."



- "I pugili pro di alto livello si scontrano quasi esclusivamente in occasione dei campionati italiani, trovando sulla loro strada, nella stragrande maggioranza degli incontri, pugili che gli anglosassoni non esitano a definire "tomato can" cioè lattina di pomodoro. Posso capire che nella carriera di un pro debbano necessariamente esserci momenti in cui incontri anche delle lattine, ma combattere solo con pugili di scarso livello certo non aiuta la crescita del professionista. cosa ne pensi in merito?"

- "Ti devo raccontare una cosa, ho debuttato con una lattina come dici tu, anche se era venuto per combattere e ti assicuro ci provò, ma era il debutto, ed io da dilettante avevo fatto poco più di trenta match e perso sei anni di inattività, ci poteva stare e ero emozionato. Il secondo incontro è stato con un'altra lattina, ma nemmen ci provava, si era presentato al peso senza neanche la borsa sportiva ma con una busta di nailon del supermercato. Vinsi per Ko alla seconda ma ero depresso. Il mio manager Cavallari mi chiese come mai non ero contento, e gli dissi che a 31 anni non era quello che cercavo e volevo testarmi, vedere cosa succedeva, dissi "o bene bene o male male Sergio". Mi prese in contropiede e mi disse che un mese dopo c'era una riunione in Sicilia e poteva impiegarmi contro un locale giovane che veniva dalla nazionale di Oliva. Accettai. Vinsi per Kot, match durissimo, ma li presi la decisione di testarmi e feci almeno quattro, cinque derby alla morte con gente che come me voleva emergere, rischiando tantissimo, arrivai così al 10º  match a fare il titolo italiano, e mi davano per spacciato perché il mio avversario (Nicchi) era giustamente più conosciuto e quotato di me, ma io mi ero fatto le ossa e questo pagò. Andò tutto bene, fu molto dura ma vinsi, fu votato come miglior match del 2010 in Italia, anche se rischiai di vedermi togliere il titolo per un ricorso infame ed assurdo secondo il quale avevo vinto grazie ad un laser puntato dai miei tifosi al mio avversario, discussero la cosa nel Cep (costola Fpi che si occupava di professionismo) e mi obbligarono a difendere entro due mesi contro Di Fiore, a ridosso un match provante, per rimetterlo poi di nuovo in palio con lo stesso Nicchi entro poco. Mi infortunai anche alle costole ma non volevo perdere il titolo a tavolino e combattei, anche se non stavo bene, e persi. La rivincita poi me la sono presa dopo anni con sportività ovvio perché con Francesco c'è rispetto. Diciamo che così prese il volo, per le mie possibilità, la mia carriera, con una diversa logica di rodaggio. Rischiosa ma concreta. Ma poteva andare male e io non avevo altra scelta, non fosse così a chi converrebbe?

Durante la carriera poi mi è capitato spesso di dover fare Match di passaggio, ma ho sempre cercato di avere criteri decenti, evitare chi prende soldi e botte perché non ha altra scelta di vita, cosa che ti giuro viene poco compresa, forse percepita. Io ho sempre avuto un buon pubblico e non volevo prenderlo in giro, non paga questo.
È ovvio che ci sono momenti di carriera in cui non puoi rischiare troppo, ma questo non deve significare non stare nella decenza della presentabilità di un avversario, ho sempre seguito questo criterio cercando avversari con record decenti, in bilancio, per quanto può garantire se non altro onestà di fondo.

Delle volte ho anche discusso con il mio manager perché nei titoli dei tra tre quattro avversari possibili prendevo il meno fattibile, ovviamente senza fare Rambo, ma con orgoglio almeno, e difatti ho rischiato e perso anche, ma perché ho sempre voluto fare sfide che mi dessero una risposta interiore, ai limiti che ho. Sennò mancava l'incipit di essere un combattente. Una volta ho rischiato il Ko in un match normale, saltò l'avversario (avevo programmato la rivincita con Di Fiore ma si infortunò) e all'ultimo scelsi un nome che mi dettero tra tanti non da passeggiata, un Ceco che poi è andato a vincere a sorpresa un mondiale di una sigla minore in Germania, Cavallari mi sgridò pubblicamente a fine match dal ring, dicendo che ero stato scemo per compiacere il mio pubblico. Ma a Livorno chi mi veniva a vedere sapeva che, bene o male, non facevo giratine sul ring. Poi ovviamente, come detto, ogni cosa va nel suo contesto in una carriera, senza eroismi, ma tanti calcano la mano per riempirsi i record di nulla. Se non altro non hanno minimo criterio e non si pongono neppure il problema se un evento è improponibile. 
La questione di fondo secondo me, ed ho imparato anche questo, è che chi si occupa di boxe come ti ho detto dovrebbe essere l'ago della bilancia, ma non lo fa, spesso si vedono titoli, anche illustri, che fanno ridere perché sulla carta non hanno storia, e chi lo dice? 
Se i record costruiti vengono adulati e quelli con sconfitte vere deprezzati il circolo vizioso non si interrompe. Pensa che come dico sempre in Messico quasi non ci sono imbattuti e uno che ha 3,4,5 sconfitte è o è stato Campione del mondo magari in due categorie. In Europa è pieno di stelle imbattute che al mondiale magari manco ci arrivano. Io non ho mai capito perché un pugile deve essere valutato per quello 0 alle sconfitte e non per quel che regala o fa durante una carriera. "


. "Vidi al tempo sulla RAI il tuo match con Nicchi per il titolo italiano: veramente un bell'incontro, complimenti a tutti e due mi sono divertito. Sono andato a cercarlo su Youtube per rivederlo di nuovo però non c'è. Oltre a questo non riesco più a vedere nessuno dei tuoi incontri, quando anche di altri pugili meno quotati di te con incontri meno importanti, si trova tutto. Non è che dopo questa intervista anche il mio blog sarà misteriosamente oscurato vero? :)"

- "È probabile... ^_^ è probabile che indaghino anche te, o me di nuovo, perché quello che scrivo è ritenuto dannoso per lo sport, per l'immagine della boxe... (@&'l*|$+]£???). C'è un articolo del codice etico sportivo, che se non erro è il 7, secondo il quale quasi quasi non puoi dire e fare nulla se sei tesserato in una federazione; al giudice sportivo dissi che se facevo una relazione di tutto quel che scrivevano tanti altri sui social in base a quel dictat generico si bloccavano tutte le federazioni a suon di procedimenti disciplinari. Il problema secondo me è di fondo. Pensa che una volta sono stato indagato per un'intervista, e quando l'ho rivelato al giornalista di Boxeringweb, anziché dirmi "lo scriviamo subito", mi ha consigliato di non raccontarlo. 

Spesso mi hanno chiesto in diversi dei miei video, alcuni li avevano fatti degli amici, ci penserò... ho sempre avuto remore perché nel mondo sono un puntino, e tolto per fini promozionali delle serate che senza la rete non hanno spazi pubblicitari da nessuna parte (noi iniziammo a fare video quando non li faceva nessuno e ci criticavano...) delle volte c'è il timore che pare di commemorarsi, ma quando diventa memoria collettiva è diverso. Ma in diversi sulla mia pagina Facebook (creata non da me, ma che ora gestisco ed ha più di 20000 iscritti!) me lo hanno chiesto, tra poco comunque uscirà un documentario sulla mia storia sportiva (cooperativa mangusta) e magari qualcosa si vedrà li."



- "Un incontro invece che si trova bene (anche perché internazionale) è quello contro Jermall Charlo. sappiamo tutti come è andata dopo quel tremendo gancio sinistro: cosa hai provato in quei momenti? Charlo era davvero così forte? E cosa hai imparato da quella tua esperienza oltreoceano?"

- "Era grosso. Questo si. Qualcuno mi ha accusato di trovare scuse, ma per uno che era 98,5kg a 27 anni, inattivo da sei, e finisce a Las Vegas in una semifinale mondiale servono scuse? Mi hanno spesso chiesto se faceva male, beh... come ho detto ho combattuto con pugili che facevano molto più male essendo 70kg come me, lui invece la sera del match era 77,5, al di la della sacrosanta ed indubbia, innegabile, comprovata bravura, il gioco del peso che fanno toglie ogni possibilità umana. Questa "innovazione" del taglio del peso per me non ha senso. Quando tutti potremmo farla, premesso che di fisiologia me ne intendo e non è semplice perché c'è lo spettro dell'utilizzo dell'insulina nel refeeding, non avranno più senso le categorie. Se tutti i mediomassimi faranno domani i superwelter che senso avrà?

L'esperienza americana è stata come entrare in un sogno, sportivo sia chiaro, ero dentro un videogame e me la sono goduta. La boxe li è come qui il calcio, con pregi e difetti del paragone. Certo spesso mi sono detto se ci fossi arrivato con i sei sette anni in meno che ho perso... per il resto di quel paese amo poco, di Las Vegas meno, strade dove il lusso abbaglia e nasconde i retrovia di gente che chiede elemosina."
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- "Chi è il tuo pugile preferito?"

- "Penso che non ce n'è uno. Se ci penso me ne vengono in mente tanti e diversi. Anzi, questo credo che mi ha aiutato molto in carriera. Non ho nessuna particolare qualità, almeno non mi sento di averla, se non quella di amare tutta la boxe e non fossilizzarmi su stili o pugili, per questo ho saputo cambiare ed imparare cose nuove, rivoluzionando quanto acquisito. In alcuni match ho dovuto fare una cosa, in altri tutt'altro. Se non avessi amato un Terry Norris, come un Hatton ed un Morales, uno Tszyu, un Chavez, un Roy Jones, un Tapia, allo stesso modo non avrei forse potuto capire che la strategia e la capacità di leggere e adattarsi è tutto sul ring."
 
-" Quando ti rivedremo ancora sul ring? intendo in un incontro ufficiale, magari valevole per il titolo italiano che (quantomeno moralmente) ancora ti appartiene."

- "Ho chiuso con la Boxe, perché farmi tutto da solo mi ha consumato. Mi è capitato di combattere, organizzandomi, smontare il ring per aiutare gli amici senza i quali non sarebbe possibile nulla, fare da taxi all'avversario e rimettere 500€. Altre volte combattere gratis e pagare gli avversari, i dottori, dopo la rivincita che ho cercato e voluto con Di Fiore ho detto basta. Adesso mi hanno offerto di combattere gratis per dare l'incasso ad una società sportiva di Amatrice e a Dicembre se tutto va in porto lo farò perché è una mission morale. Poi tribolare per organizzare non fa per me. Da insegnante è diverso. La testa sul ring esige tranquillità."

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Ringraziando nuovamente Lenny per il suo tempo, voglio terminare questa intervista con un promo del documentario sulla Cooperativa Mangusta, con la speranza di vederlo presto nella sua versione integrale. 

Un saluto

Orco di Nana






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